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Avifauna costiera e migratrice di Gabriele de Filippo e Lucilla Fusco appendice a Le Coste di Sorrento e di Amalfi di Giovanni Visetti - Editoriale Scientifica - 1991 |
Nel
suo memorabile Siren land Norman
Douglas notava: "No, proprio non si
potrebbe biasimare chi volesse costruirsi un piccolo rifugio estivo, per
trascorrere un breve periodo di Katharsis, di purificazione e riadattamento,
qui, su queste odorose colline delle sirene...". Questa osservazione,
sebbene riferita ad un esemplare
umano, perchè non potrebbe essere estesa alle innumerevoli specie di fauna
selvatica che abitano per periodi più o meno brevi queste terre? E ciò
nonostante gli interventi sul territorio commessi
negli ultimi decenni, non sempre corretti e appropriati, abbiano determinato un
forte depauperamento del patrimonio naturalistico e quindi di quello faunistico.
Tuttavia già ai primi del novecento lo stesso Douglas notava: "Non
è piacevole essere uccello nella Terra delle Sirene!". Si riferiva
allo sterminio ai danni di "...
qualunque cosa abbia penne ... senza tener conto di misura e di specie".
Il
maggiore interesse faunistico della penisola sorrentina è relativo alle
numerose specie di uccelli migratori, conseguenza della particolare ubicazione
geografica e della sua conformazione. Infatti gli uccelli migratori, durante il
volo periodico tra gli areali settentrionali di nidificazione e quelli
sud-Mediterranei o sud-Sahariani di svernamento, utilizzano principalmente isole
e piccoli scogli lungo costa come aree di sosta. La stessa Punta della
Campanella, sita all'estremità della penisola e in posizione limitrofa a Capri,
Ischia, Procida, Vivara, e agli scogli di Isca, Vetara e Li Galli, viene vista
dagli uccelli in migrazione come un'ulteriore isola. Così la sua ubicazione,
lungo le principali rotte migratorie, rende possibile anche l'osservazione di
quelle specie non strettamente legate all'ambiente costiero e roccioso.
Il
passo primaverile è molto più numeroso di quello autunnale a causa
dell'abitudine di molte specie a compiere migrazioni che gli ornitologi chiamano
circolari. Accade infatti che, per
raggiungere il luogo di riproduzione, venga percorsa una rotta diversa da quella
precedentemente seguita verso il sito di svernamento. Così molte specie che in
primavera migrano seguendo le coste italiane in autunno sorvolano altre zone. E'
quindi più facile che capiti di osservare voli di aironi, piccoli trampolieri,
gru, anatre, oche selvatiche, cicogne, ecc. durante il loro viaggio verso i
quartieri di nidificazione, in particolare in aprile; si tratta di uccelli che
solitamente frequentano ambienti per lo più paludosi o acquitrinosi e che
tuttavia sorvolano il mare durante i passi migratori.
Il
canoista potrà effettuare gli incontri più interessanti durante i tragitti
sottocosta, alla base delle alte falesie a picco sul mare. Con un po' di fortuna
potrà spiare, spesso solo a pochi metri di distanza, un cormorano
(Phalacrocorax carbo) perfettamente immobile con le ali spiegate, in
attesa che gli si asciughino dopo un tuffo nelle cristalline acque sorrentine
alla ricerca dei pesci di cui si nutre. Molto probabilmente sulle stesse falesie
potrà accadere di notare anche uno stormo di garzette (Egretta garzetta),
piccoli aironi bianchi, che riposano appollaiate dopo numerose ore di volo. Sul mare, invece, potremmo imbatterci in uno
stormo di anatre o oche in una tipica formazione a V a bassa quota sull'acqua.
Ma
la primavera è anche un buon periodo per osservare uccelli tipici degli
ambienti rocciosi. Si tratta di animali specializzati a sopravvivere in questo habitat
che per molti altri si presenta ostile a causa dei venti, delle alte temperature
estive, della salsedine, e della relativa scarsità di cibo. Chi va per mare è
addirittura privilegiato nelle osservazioni rispetto a chi percorre sentieri a
piedi; infatti molti di questi uccelli abitano falesie a picco sul mare,
inaccessibili da terra. Queste costituiscono un sito ideale per costruire il
nido al riparo dai numerosi predatori terrestri, come la volpe
(Vulpes vulpes), i ratti (Rattus sp.), i
gatti, i cani randagi e non ultimo l'uomo.
La
specie principe delle falesie è senza dubbio il pellegrino (Falco peregrinus).
Questo falco non è esclusivo abitatore delle aree costiere in quanto si trova
anche in alta montagna; è una specie molto legata alla penisola sorrentina,
dove è conosciuta col nome dialettale di falcune,
con cui, in verità, vengono designate anche altre specie di falchi. Il
pellegrino depone le sue uova su cavità o terrazze naturali, sfruttando spesso
il nido abbandonato da altri grossi uccelli. Bisogna fare molta attenzione a non
disturbarlo passando inavvertitamente sotto la parete rocciosa ove nidifica,
infatti in questo caso se un adulto è in cova, si allontanerà allarmato e
abbandonerà le uova o i piccoli in balia di eventuali predatori. Nella
penisola sorrentina una coppia di pellegrini riesce a allevare sino all'involo
due e spesso tre piccoli; questo elevato tasso di natalità è indice di un
basso livello di inquinamento ambientale, in particolare quello da pesticidi.
Infatti, in altri Paesi e anche altrove in Italia, il pellegrino è seriamente
messo in pericolo dall'uso massiccio di fitofarmaci. Queste sostanze chimiche
permangono a lungo nei tessuti delle piante per poi trasferirsi negli animali
erbivori; questi a loro volta sono predati da altre specie e così via, sino ad
arrivare all'apice della catena
alimentare. In tutti questi passaggi i fitofarmaci non vengono mai
eliminati, anzi si accumulano con concentrazioni sempre maggiori aumentando gli
effetti dannosi. In particolare nei falchi molte di queste sostanze diminuiscono
la fertilità degli adulti o rendono più fragili i gusci delle uova, riducendo
quindi il tasso di natalità. L'unica causa che in penisola sorrentina ha
determinato negli scorsi decenni una drastica diminuzione del numero di coppie
di pellegrini è stato il disturbo dell'uomo. E' ancora viva nella memoria la
pratica, ormai in disuso ma potenzialmente ancora presente, di razziare le
uova dal nido per destinarle al mercato dei falconieri d'oltralpe, in
particolare di quei Paesi dove la specie è estinta o è molto più rara che da
noi, come ad esempio la Germania. Fortunatamente negli ultimi dieci anni è diminuito
il disturbo da parte dell'uomo, e conseguentemente è aumentato il numero delle
coppie nidificanti, insieme alla speranza che questo affascinante uccello venga
rispettato e assunto a simbolo ideale dei meravigliosi paesaggi amalfitani.
Altri
uccelli rapaci che abitano le medesime pareti rocciose sono il gheppio
(Falco tinnunculus) e la poiana
(Buteo buteo). Il primo, agli occhi di
un osservatore poco esperto, può essere confuso col pellegrino poiché gli
somiglia nella forma falciforme e appuntita delle ali. Il pellegrino tuttavia
presenta una sagoma molto più tozza, con una colorazione grigiastra e maggiori
dimensioni, mentre il gheppio è più piccolo, più affusolato e di piumaggio
bruno-rossiccio (il maschio con testa e coda azzurro-grigiastra). I due falchi
sono invece facilmente distinguibili dalla poiana che, come tutte le specie
appartenenti all'ordine degli Accipitriformi
(ad esempio le aquile), possiede dimensioni in genere maggiori di quelle dei
falchi e le ali dalla caratteristica forma larga e sfrangiata alle estremità
come le dita di una mano. Frequentemente si potranno osservare i falsi attacchi
che gheppio e pellegrino eseguono ai danni di poiane che ne invadono il territorio.
Questi attacchi, che gli ornitologi chiamano mobbing,
sono in realtà comportamenti rituali consistenti in picchiate che il falco
effettua ripetutamente sull'invasore emettendo acute grida di minaccia. Le
picchiate sono precedute da un caratteristico volo detto spirito santo o hovering,
col quale il falco è capace di stazionare immobile nell'aria con le ali aperte
e le sole punte che battono, librandosi come una libellula. Lo spirito
santo è usato anche per perlustrare attentamente il territorio di caccia
alla ricerca di insetti, lucertole o piccoli mammiferi, ed è tanto comune che
il nome dialettale del gheppio è cristariello.
Una altra vittima frequente del mobbing
dei falchi è il corvo imperiale (Corvus corax), anch'esso nidificante sulle falesie sorrentino-amalfitane.
Questo grosso corvide è distinguibile per la colorazione nero brillante dalla
poiana, che invece ha colori brunastri con punta inferiore delle ali bianche, e
per la coda che non termina come un triangolo capovolto, piuttosto come un
rombo.
Anche
altri uccelli rapaci possono essere attaccati dal pellegrino o dal gheppio;
personalmente abbiamo avuto la fortuna di fare due incontri spettacolari. Il
primo è stato con un falco pescatore
(Pandion haliaetus), un rarissimo
rapace tipico delle zone costiere o paludose, così chiamato per la sua
abitudine di cibarsi di pesci che riesce a catturare grazie agli artigli ricurvi
e alle dita dotate di squame in mancanza delle quali non riuscirebbe a
trattenere le sue prede. Ha colorazione bianca con dorso delle ali grigio e una
caratteristica stria nera in corrispondenza dell'occhio. Nidificava secoli fa
anche da noi, ma oggi è estinto in buona parte dell'Europa nonostante i
progetti di reintroduzione recentemente elaborati in Scozia. Il nostro falco
pescatore ebbe la sventura di passare sotto il nido del pellegrino il quale mise
subito in atto il mobbing. Tuttavia
dopo due o tre attacchi simulati, non avendo ottenuto molto successo su un
intruso così inusuale, il pellegrino picchiò decisamente colpendo il falco
pescatore sul dorso dal quale si levò una nuvoletta di piume. Inutile dire che
quest'ultima tattica fu ... molto più efficace. Una seconda volta avemmo la
fortuna di osservare dal mare un passo migratorio di una decina di pellegrini
e contemporaneamente di una ventina di falchi
pecchiaioli (Pernis apivorus),
rapaci simili alle poiane. Il tutto con il pellegrino padrone
di casa che osservava dall'alto attento e circospetto pronto ad agire in
caso di necessità.
Un'altro
rappresentante degli uccelli nidificanti sulle pareti rocciose è il gabbiano
reale (Larus cachinnans); purtroppo la sorte di questo uccello, che
richiama alla memoria suggestioni legate al mare e alle sue storie, è ben
diversa da quella del pur sfortunato pellegrino. Infatti, secondo uno studio
fatto nel 1988, nell'intera regione Campania risultavano solo cinque colonie di
nidificazione attive, tutte ubicate sull'isola di Capri. In costiera altre
colonie recenti, dove oggi si hanno segnali di ripresa, sono quelle di Recommone
e di Capo d'Orso. Nel 1990 anche a Napoli, sull'isola di Nisida, si è insediata
una nuova colonia di questo gabbiano; tuttavia attualmente la maggioranza
degli individui che si possono osservare lungo le coste della Campania
provengono dalle colonie di Capri o probabilmente da quelle delle isole Pontine.
Il
gabbiano reale pur essendo l'unico gabbiano nidificante nella nostra regione, può
essere confuso con altre specie, in particolare con il gabbiano
comune (Larus ridibundus); questo è il gabbiano più numeroso in Campania,
ma la sua presenza è limitata al solo periodo invernale, quando sceglie le zone
costiere del Mediterraneo per trascorrere la stagione fredda. Gli adulti di gabbiano
reale si distinguono, oltre che per le maggiori dimensioni, per il becco e le
zampe gialle, il dorso e le ali superiormente grigie con punta nera, e la testa
bianca; invece il gabbiano comune ha becco e zampe rosse più o meno brillanti,
dorso e ali grigie ma con punta bianca al centro e nera all'estremità delle
penne, e testa bianca con caratteristica macchia nera sulla guancia o
completamente nera nel tardo inverno. Nel gabbiano reale gli individui giovani
di uno e due anni di età, presentano invece un piumaggio screziato di marrone.
Infine, durante le migrazioni si possono osservare anche altre specie di
gabbiano, ma in maniera occasionale.
Un
altro abitante caratteristico delle coste rocciose è il passero solitario (Monticola
solitarius). Nonostante il nome, questo uccello nulla ha a che fare con i passeri
(Passer domesticus) che abitualmente vediamo nei pressi delle nostre
abitazioni; piuttosto può essere considerato un merlo dal colore azzurro.
Infatti appartiene alla famiglia dei Turdidi
che, oltre al merlo (Turdus
merula) e al passero solitario, comprende anche il tordo
(Turdus philomelos) e altri piccoli
passeriformi come il pettirosso (Erithacus
rubecula).
Il
passero solitario è sicuramente un bell'incontro da fare; il maschio è infatti
caratterizzato da una colorazione azzurra brillante ed è facile osservarlo
mentre, dall'alto di una sporgenza aguzza di una rupe, canta vivacemente per
delimitare il suo territorio. La femmina, invece, possiede una colorazione più
brunastra e smorta che ne consente un migliore mimetismo sulle rocce. E' proprio
l'abitudine solitaria, quasi di un'anima di cui echeggia un solitario canto
verso il vento duro del mare, che ha solleticato la fantasia del Leopardi, che
appunto confronta questo uccello a se stesso in balia del fato e della fugacità
della vita.
La
famiglia dei Turdidi annovera anche altre specie rupestri e pertanto osservabili
dall'escursionista durante la sua passeggiata lungocosta. Tra essi il culbianco
(Oenanthe oenanthe), così chiamato per la caratteristica colorazione
bianca del groppone (la parte inferiore del dorso) che contrasta con il colore
nero delle ali e della coda. Per il resto la colorazione del culbianco, il cui
nome dialettale è baccarulo, è bruno
chiara uniforme sul petto e grigio acciaio sul capo e il dorso, con una mascherina nera in prossimità degli occhi. La femmina del
culbianco, come quella del passero solitario, ha colori più smorti e in
particolare il capo più brunastro. Molto simile per colorazione e comportamento
è la monachella (Oenanthe
hispanica), che però si distingue per il dorso dello stesso colore del
petto.
In
primavera è anche facile osservare un uccello che, per velocità e colorazione,
ci appare come un dardo infiammato: il martin
pescatore (Alcedo atthis), una
specie tipica delle sponde dei corsi d'acqua. Lo si ritrova frequentemente però
anche in prossimità di coste rocciose e quindi lungo le scogliere
sorrentino-amalfitane, dove si ritrovano individui giovani o adulti alla ricerca
di nuovi territori (i cosiddetti erratici).
La sua colorazione è molto brillante e possiede svariati colori e loro sfumature,
quali il blu, il verde, il rosso e il giallo, tutti con lucenti riflessi
metallici. Lo si osserva spesso in bella posta su uno spuntone di roccia pronto
a tuffarsi sotto il pelo dell'acqua a caccia di crostacei, piccoli pesci e altri
animaletti che con il poderoso becco aguzzo riesce a catturare con destrezza.
Disturbato dalla nostra presenza fugge velocemente lasciando dietro di sé come
una scia di colore.
L'escursionista
che si allontanerà un po' dalla costa potrà incontrare un'altro uccello
caratteristico: la berta. Un tempo nidificante,
oggi è presente solo nel periodo delle migrazioni oppure durante gli erratismi
che i giovani e gli individui che non si riproducono compiono a partire dalle
vicine isole pontine dove ancora si riproduce. Le berte sono simili a gabbiani
per dimensioni alari, ma hanno un corpo più piccolo; inoltre se ne differenziano
per il comportamento di volo, più agile e spesso rasente il pelo dell'acqua.
Nidificavano sulle isole de Li galli, Vetara e Isca, nonché sulla vicina Capri,
ed è proprio in questo tratto di mare che tutt'oggi è più facile l'incontro.
Si tratta in verità di due specie diverse: la berta
maggiore (Procellaria diomedea) e la berta
minore (Puffinus puffinus);
quest'ultima è leggermente più piccola della maggiore e la colorazione nera
del suo dorso contrasta maggiormente col ventre bianco.
Le
berte, per le loro abitudini notturne e il verso lugubre e straziante, hanno
sempre solleticato la fantasia dei marinai e degli uomini di mare che le hanno
considerate fantasmi, spettri di origine divina, sirene o arpie. Il loro nome diomedee
è localmente ripreso per denominare, in molti posti del Mediterraneo, isolette
sopra le quali le berte nidificano (per es. le isole Tremiti in Puglia sono
chiamate anche isole Diomedee).
Una
specie legata a secolari tradizioni popolari è la quaglia (Coturnix coturnix);
essa è tuttora ricordata da numerosi toponimi che spesso non si riferiscono
direttamente al nome della specie ma ai tipici attrezzi usati per cacciarle.
Questa antica attività è svolta tutt'oggi, nonostante la drastica riduzione
dei contingenti migratori, e viene praticata con metodi illegali come i richiami
durante la notte.
Nelle
numerose grotte emerse della penisola nidificava invece un altro rappresentante
dell'avifauna locale, oggi anch'esso purtroppo estinto: il piccione selvatico (Columba
livia). Ne sono una testimonianza i toponimi che ne richiamano la specie
come la Grotta d''e palummi vicino
Recommone, o la Palommara nei pressi
dello Scrajo.
Anche
la ghiandaia marina (Coracias
garrulus), un uccello dalla grandezza di un piccione con le ali colorate di
un blu intenso contrastanti col dorso bruno ocra, non nidifica più. Oggi può
essere osservata solo durante le migrazioni, spesso al largo degli scogli de
Li galli, oppure tristemente imbalsamata su una mensola in un bar.
La
nostra rassegna si chiude con il rondone
maggiore (Apus melba); spesso
confuso con la rondine (Hirundo
rustica) si tratta in realtà di specie di dimensioni ben maggiori con le
ali tipicamente falciformi e allungate, e dal piumaggio completamente nero ad
eccezione del petto bianchissimo, che lo distingue dai loro fratelli
rondoni comuni (Apus apus). Entrambe le specie nidificano in colonie numerose, a
volte miste, presso la costa (p.e. a Crapolla) e anche in grotte (Recommone).
L'escursionista
nautico potrà osservare, o più comunemente ascoltare, anche altre specie meno
legate all'elemento marino. Tra questi ricordiamo la ballerina bianca (Motacilla
alba), dalla lunga coda che muove su e giù come se danzasse, colorata di
grigio sul dorso e di bianco sul ventre, tipico abitante dei rigagnoli e dei
canali che giungono al mare dalla terraferma. Inoltre si ascolteranno numerosi
uccelli, detti canori, come la cinciallegra
(Parus major), dal suo monotono canto
che suona come un si papà, si papà;
il verzellino (Serinus serinus) dallo stridulo richiamo che ricorda una radio mal
sintonizzata; i cardellini (Carduelis
carduelis) che ci appaiono in un baleno in gruppi di 7-8 individui mentre
volano da un cespuglio a un albero mostrandoci per un istante i loro colori
vivaci, gialli, rossi, ecc.
Insomma, anche per il visitatore marino è possibile fare incontri spettacolari con abitanti della terraferma quali gli uccelli, e anche da una posizione privilegiata. Molte specie non saranno mai più osservabili, ma altre ancora ci allietano con la loro presenza, e forse, quel che più conta, contribuiscono a far funzionare un ecosistema così complesso e instabile quale quello costiero, e ciò nonostante "non è piacevole essere uccello nella Terra delle Sirene!".